Ripensare la Politica Industriale oggi

Nuovi interventi per velocizzare la modernizzazione e la crescita tecnologica delle imprese

Lunedì 28 febbraio 2000, presso il Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino, ha avuto luogo l’XI tavola rotonda, intitolata a Franco Momigliano, sugli interventi di politica industriale, dedicata quest’anno in particolare al tema della modernizzazione e della crescita tecnologica delle imprese.

Il tema - che riveste interesse trasversale riguardando tutti i settori merceologici – è stato affrontato in modo molto pratico attraverso la breve relazioni introduttiva di Secondo Rolfo (Direttore Ceris – Cnr). Ad essa sono seguite una serie di interventi che hanno messo a confronto le diverse esperienze maturate dagli economisti d’impresa nell’ambito universitario, della Pubblica Amministrazione, negli istituti di ricerca, così come nel mondo delle aziende.

All’incontro è intervenuto fra gli altri Fabrizio Onida, Presidente ICI, il quale ha affrontato il tema delle politiche di internazionalizzazione analizzate dal punto di vista dell'impresa. A tale riguardo ha individuato tre elementi di criticità: la permanenza del nostro apparato industriale in settori tradizionali come tessile e meccanico (ponendo in tal modo il problema della transizione verso assetti più evoluti ispirati ai canoni della new economy); l'insufficiente capacità delle nostre imprese di porre in essere strategie commerciali in grado di raggiungere il mercato e/o il cliente finale bypassando i vari livelli di intermediazione ove si forma gran parte del valore aggiunto; la fatica con cui le imprese, soprattutto le PMI, superano lo stadio dell'export per addivenire a forme più stabili di presenza sui mercati esteri (joint-venture, investimenti diretti, ecc…).

Riportiamo di seguito il discorso introduttivo del Presidente degli industriali torinesi Francesco Devalle.

La politica industriale, a differenza di quanto accadeva in passato, è chiamata oggi ad esercitare una funzione centrale ai fini dello sviluppo: non con un ruolo esclusivamente "notarile", ma con un’azione che si focalizzi sugli aspetti progettuali, capaci di contribuire a creare un nuovo scenario economico.

E’ necessaria una politica industriale non più dedicata ad una fornitura di servizi di base, attraverso incentivi diretti, ma composta da interventi volti a realizzare quella rete di cooperazioni e di integrazioni delle conoscenze oggi indispensabili per mantenere ed accrescere il livello di competitività.

Una politica, quindi, necessariamente non indifferenziata, non "a pioggia", bensì orientata a premiare quegli elementi di eccellenza che sempre più diverranno la base della nostra capacità di competere.

Ciò assume particolare rilevanza se si considera che nel corso degli anni novanta si è registrato in Italia un peggioramento di competitività riconoscibile fondamentalmente in quattro elementi:

un divario di sviluppo ampio e persistente rispetto ai partner europei,

una riduzione estremamente rapida dell’avanzo della bilancia commerciale,

una drastica flessione delle quote del nostro export sui mercati internazionali

e una forte caduta degli investimenti esteri nel nostro Paese.

Il divario cumulato rispetto ai partner europei riflette le inefficienze complessive del Paese e si evidenzia soprattutto sui settori più esposti alla concorrenza internazionale, penalizzando lo sviluppo dell’attività imprenditoriale e collocando l’Italia ai margini dei flussi dei capitali internazionali.

Emerge, in prima istanza, la necessità dello sviluppo e dell’ammodernamento delle infrastrutture, delle reti e dei servizi.

Spesso i confronti internazionali evidenziano la nostra arretratezza per quanto concerne le dotazioni di strade, ferrovie, porti, elettrodotti, reti telematiche… E, a tale riguardo, continua a restare irrisolto il problema delle risorse non utilizzate a causa della scarsa capacità di spesa da parte degli Enti attuatori.

In questo ambito si deve profilare una riforma della Pubblica Amministrazione, troppo spesso ancora caratterizzata da un eccesso di norme e procedure, un apparato pesante, un sistema di controllo formalistico e vessatorio.

La recente ricerca di Business International conferma che è soprattutto la burocrazia a spaventare le multinazionali che vogliono investire in Italia; due volte di più rispetto alla fiscalità, quattro volte più del costo del lavoro, circa dieci volte più dei problemi della sicurezza.

Occorre dunque arrivare ad una semplificazione e ad una maggiore certezza delle procedure pubbliche. Lo Sportello Unico costituisce in tal senso l’elemento chiave per fornire i servizi necessari alle imprese nei modi e nei tempi compatibili con le esigenze del mercato.

In questi anni, in Europa l’Italia è stato l’unico Paese a bassa crescita ed inflazione relativamente elevata rispetto alla media.

Fra i cardini della politica economica adottata dai Paesi europei per sostenere lo sviluppo delle rispettive economie, la leva fiscale ha assunto un ruolo sempre più rilevante.

Su questo terreno l’Italia sconta un pesante ritardo, con un livello di prelievo a carico delle imprese in campo contributivo e fiscale ancora troppo elevato. La Germania, per esempio, è di recente intervenuta sulla tassazione delle imprese con un piano di riduzione delle aliquote molto significativo.

Accanto a queste riflessioni non va però trascurato il carattere che l’economia sta assumendo a livello globale.

La new economy sta cambiando gli scenari competitivi e spinge a ricercare non solo un ambiente economico efficiente ma anche fortemente innovativo, integrato e aperto al confronto internazionale.

Lo scenario digitale penetra e trasforma tutte le attività, elimina i vecchi intermediari e ne crea altri.

Internet sta smantellando le vecchie barriere competitive e rischia di trovarci impreparati.

Il nostro ritardo tecnologico, oltre ad incidere sui livelli di competitività dell’intero sistema produttivo, tende ad ampliare ulteriormente il gap nei confronti dei nostri concorrenti in quelli che saranno i settori chiave del futuro (informatica, telecomunicazioni, biotecnologie…).

Da tempo si sollecita un cambiamento profondo nel modo di impostare e gestire gli interventi di politica della ricerca: occorre che essa si traduca sempre più in innovazione, cioè in risultati concretamente applicabili, tali da alimentare il circolo virtuoso ricerca/innovazione/investimenti/reddito, con effetti positivi sulla competitività industriale.

Non è però sufficiente limitarsi a promuovere il progresso tecnologico. Occorre addivenire ad una trasformazione della struttura aziendale, dotandola di un’organizzazione flessibile realmente capace di adattarsi e reagire alle nuove opportunità.

Una priorità diviene l’accesso alle informazioni. Occorre favorire la diffusione, il trasferimento delle conoscenze, promuovere l’imprenditoria innovativa, la creazione di un ambiente favorevole, "di sistema", con reti attive tra imprese.

Le società saranno competitive soltanto se integreranno le conoscenze.

Il nuovo fattore strategico è fornito dal brainware, dai cervelli, skills, intelligenza, conoscenza. Il capitale umano è la materia prima del futuro e occorre che la politica industriale diventi anche politica della formazione e della valorizzazione delle risorse.

Il livello e la qualità della formazione migliorano la posizione competitiva di un Paese, innalzando la qualità delle risorse umane e facilitando la diffusione delle nuove tecnologie. Il sistema formativo otterrà dei risultati se sarà in grado di orientarsi ad una logica di efficiente allocazione delle risorse, con modificazioni a tutti i livelli: nella scuola professionale, nell’università e nell’impresa.

Su tutti questi terreni, che nell’insieme costituiscono la politica industriale, è necessario uno sforzo congiunto che veda, da un lato, una maggiore cooperazione tra gli imprenditori e nel contempo un nuovo ruolo da parte delle Associazioni.

All’associazione spetta il compito di rappresentare quell’elemento di rete oggi indispensabile per coordinare progetti, finanziabili sia dal legislatore comunitario sia dal Governo nazionale.